Il mito dell’imprenditore

Si intossica di lavoro a tal punto che non si rende nemmeno conto di dove si trova

– Aldous Huxley

Il mito dell’imprenditore pervade la nostra cultura d’azienda da ormai svariati decenni. Se vi figurate l’immagine tipo di un imprenditore italiano, l’immagine che spesso vi affiora nella mente è un’immagine mitica, erculea, quella di un uomo o di una donna che offrono il petto al nemico, soli, granitici, sfidati dagli elementi della natura, coraggiosi, indomiti di fronte alle più indicibili difficoltà.

Il mito è tutto qui, e risiede nel fatto che nel nostro paese il concetto di imprenditore ha radici romantiche e affonda le proprie origini nella strana idea che le imprese vengano fondate da un imprenditore, mentre la maggior parte di esse non lo sono.

Dove si trovava la persona, in massima parte, quando decise di diventare un imprenditore? Credo di non sbagliare dicendo che probabilmente stava lavorando per qualcun altro, alle sue dipendenze. E sempre probabilmente era dannatamente bravo nel suo lavoro e nel suo ruolo. Ma un giorno, apparentemente senza motivo preciso, il tempo, il compleanno, la laurea del figlio, la paga ricevuta il venerdi precedente, un alterco con il capo, gli fanno presagire che chi lo stipendia non apprezza pienamente il suo contributo professionale. Improvvisamente egli abbraccia l’idea di diventare imprenditore e la sua vita non sarà mai più la stessa. L’eccitazione per il taglio del proprio cordone ombelicale con il passato, la suadente idea di indipendenza, l’idea di essere “il proprio capo” si fanno strada nella sua testa, con il sottofondo di musiche trionfali. In questo momento ha concepito un’idea che potrebbe essergli fatale: “se possiedo le conoscenze tecniche che stanno alla base del lavoro in azienda, allora possiedo anche le capacità per creare e dirigere quel tipo di azienda”.

Purtroppo l’idea non è sempre corretta. Essere un tecnico ed essere un imprenditore sono due cose radicalmente differenti. Per il tecnico, un’azienda non è un’impresa, ma un posto di lavoro nel quale timbrare (anzi, continuare a timbrare) il cartellino.

Il brutto della faccenda è che l’azienda grazie alla quale aveva accarezzato l’idea di liberarsi dalle limitazioni del lavoro dipendente, di fatto lo rende ancor più schiavo. Improvvisamente il lavoro che sapeva fare così bene diventa un lavoro che sa fare bene più un’altra dozzina di lavori che non sa fare per nulla. Di colpo il sogno dell’imprenditore diventa l’incubo del tecnico.

Sono certo che nessuno di voi si sia riconosciuto nelle parole che stanno sopra e di questo  sono felice. Ma se per caso aveste l’impressione di essere un bravo giocoliere con troppe palle in aria da riprendere, il lavoro che amo può esservi utile a prenderne qualcuna, o ancor meglio, a insegnarvi a lanciare qualche palla in meno, ma con traiettorie più efficaci.

Cercatemi su http://www.nickzema.com , vi aspetto.

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